Il “buon combattimento”: pensieri sparsi e qualche considerazione di metodo

di Antonio Ricci.
Articolo tratto dal blog www.manualeinapplicabile.it.

“Nessuno può dire di se stesso in modo veritiero di essere una merda. Perché, se lo dicessi, potrebbe anche essere vero in un certo senso, ma non potrei essere intriso di quella verità: poiché in tal caso dovrei impazzire, oppure cambiare me stesso.”
L. Wittgenstein –  Pensieri diversi.

Plutarco racconta che il re spartano Plistarco, «sentendo un oratore che faceva continuamente battute di spirito, gli disse: “straniero sta’ attento che, a furia di dire buffonate, non diventi un pagliaccio, alla stregua di quelli che passano il tempo a lottare e diventano dei lottatori”».[2]

Mi è sempre parsa curiosa questa piccola citazione perché è un re spartano a parlare, in apparente contraddizione con la tradizione marziale del suo popolo. Credo dica: attenzione a non identificarsi in modo rigido con una propria modalità solo perché “meglio funzionante”; attenzione a non diventare una funzione ripetitiva e instupidita; attenzione a non perdere se stessi nell’azione o per l’azione.

Combattere è una possibilità ultima, per niente piacevole, dettata dalla necessità; sottolinea un’attitudine di fondo nel confronto con l’aggressività altrui, che talvolta può diventare violenta e distruttiva. Che piacere può esserci se non quello di vedere estinta, e si spera trasformata, la minaccia? Combattere, nel suo significato più evoluto, non è quindi uno sport né uno stile di vita, e non coincide con l’aspirazione ideologica ad un’esistenza colma di battaglie, nemici e onore. L’immagine idiota dell’uomo guerriero e della donna amazzone è talmente patetica e irreale che può attrarre solo menti labili e identità inconsistenti, convinte di ottenere così una vittoria definitiva sulle loro paura degli altri, sulla loro paura di vivere. Il mondo delle arti marziali credo sia, in tal senso, il maggiore ricettacolo esistente di patologie narcisistiche irrisolte, attratte dalla facile possibilità di costruire identità posticce e onnipotenti. Peccato che, in tal caso, si chiudano le ultime possibilità di diventare reali, di recuperare la capacità autoriflessiva e pensante, deviando completamente le forze verso un sé falsificato e totalmente arroccato nella sua difesa. Certo sarebbe ingenuo pensare che sia colpa delle discipline marziali in sé, è chiaro che dipende dall’uso che ne viene fatto.

L’articolo completo è disponibile nel file allegato.
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